Eccomi a voi miei cari e mi devo assolutamente far perdonare avete ragione. Quanto tempo non scrivo? Troppo....ma il periodo è veramente febbrile per me, tra concerti da preparare, visite in redazione, biglietti da cambiare, tempo dedicato a faccende personali..non sono mai stata tanto senza venirvi a trovare ( lacerazioni e salute a parte).
Il tanto atteso nono disco è tra le nostre mani dopo un muro di parole , ma quando tocca alla musica parlare questa non stenta a farlo. Molte delle canzoni presenti nell'album sono già state presentate in passato. comprese le sessioni di registrazioni di " the Bends"
Ricordiamo il successo di "the King Of Limbs" ( criticato agli inizi pure lui poverello..), ma soffermiamoci sui due primi singoli " Burn the witch" dove si mette subito in chiaro il nuovo corso di questa band, le basi creative di Jony Greenwood considerato in patria uno dei più grandi compositori di musica " colta" nonchè autore di colonne sonore. La sua firma rimbalza nel muro di archi sovrapposti, insistenti con Yorke che si divide tra parlato e falsetti, con un finale angoscioso pieno di rabbia, classico marchio di fabbrica di questa band." Daydreaming" ci ricorda per chi è estimatore un pochino"Kid A", ma lascia spazio ad una canzone sognante, immersa in un sonno pieno di rimorsi e sensi di colpa."Desert island disk" è una ballata per voce e chitarra acustica più americana del solito che farà spargere più di una lacrima ai fans più sfegatati. Asciugate le lacrime , sarete interrotti da "Ful stop"travolti da un basso incessante che trasporta il brano in crescendo, nascondendo un pochino la voce del leader, con una esplosione finale di chitarre e falsetti , una vera perla di tutto l'album." Glass eye", intensa, spazzata via dagli archi, dove Thom sembra raccontare una sua storia personale così come "Identikit"accompagnata da un bel giro di basso con voce sdoppiata in un crescendo da capogiro." The numbers" ci riporta al vecchio a " Paranoid Android", tra sfumature jazz , pianoforte e grande orchestrazione , mentre York canta il suo inno ambientalista, finendo con tre canzoni " Present tense"dove si percepisce il peso della band che pensavamo smembrata dalla loro estenuante ricerca elettronica,celata da una coltre oscura ed asfissiante, mentre la chiusura spetta forse alla canzone più amata dai fans.Una canzone di vent'anni fa, presentata fino ad oggi solo dal vivo. E parliamo di " True love waits" con un arrangiamento più introspettivo dell'originale, a descapito della prima sua forma esile ed acustica. Era una canzone d'amore ora diventa una canzone malinconica come ci ricorda il leader per un amore finito male, una passione rotta , proprio come il suo divorzio recente dalla moglie. Un disco difficile , ma sorprendente, un sapore di tristezza che ti lascia l'anima infranta, l'amore perduto,la rabbia politica e il fervore ambientalista.
I Radiohead ci hanno portato in una nuova dimensione, dove non esistono confini tra passato e futuro, tra tradizione e sperimentazione, tra pop/ rock e musica contemporanea.
Ci vorranno molti ascolti per capire, ci vorrà molto tempo per dare una valutazione e un parere personale e buttarsi volontariamente in fondo a questa piscina a forma di luna...
Il loro migliore album? Si dice sempre così..In questo caso forse c'è un po' più di verità, ma per ora accontentiamoci del loro ritorno.
